Berlusconi vs Poveri
Comunque Berlusconi stà facendo qualcosa per i poveri. Il ponte sullo stretto. Avete idea di quanti poveri potrà ospitare sotto?
Comunque Berlusconi stà facendo qualcosa per i poveri. Il ponte sullo stretto. Avete idea di quanti poveri potrà ospitare sotto?
-Si, l’ho visto- disse scuotendo la sigaretta sopra il posacenere – saranno state le dieci, stava davanti all’entrata, dal cinquanta lire – indicò una tendina, con fili di plastica che scendevano fino quasi a toccare terra, che separava la strada dalla taverna – se ne stava seduto e osservava. L’ho pure chiamato, ma niente, non mi dava retta- gli strinsi la mano, lo ringraziai e presi a camminare.
Mi diressi verso un vicolo, dove un ragazzino spettinato mi aveva detto di aver visto tequila litigare con un altro cane; non era lontano. Entrai nel vicolo senza uscita, molto buio rispetto al resto della città, per via della larghezza della strada e dell’altezza dei palazzi. Varie signore anziane, sedute su sedie, appena fuori della loro porta di casa al piano terra, stavano conversando rumorosamente della sconfitta di Kevin subìta nella sfida con Giusy di “Amici”. Sei ragazzini giocavano a calcio proprio in mezzo alla strada, tra due file di macchine parcheggiate, usando dei sacchetti d’immondizia come pali; a intervalli regolari, durante il gioco, prendevano a darsi pugni e spintoni, ora per un fallo, ora per un fuorigioco che non c’era. Mi avvicinai verso un ragazzino con gli occhiali spessi, intento a osservare nervosamente il gioco, lui era il portiere. Esordii chiedendo se avesse visto un cane marrone ma, fui interrotto da una pallonata che passò, come un siluro, tra me e il portiere; mentre i suoi compagni lo ricoprivano d’insulti, mi disse – marrone stà minchia! – si girò e da quel momento si disinteressò completamente della mia persona. Fu allora che sentii – senta, mi scusi… ma a chi cerca? – mi girai più volte prima di individuare una signora, in vestaglia, su un balcone al primo piano. Rinnovò la sua domanda – dico, a chi cerca? – mi avvicinai alla fila di macchine parcheggiate – no, qui cani non ce ne sono… – mi rispose subito con un tono quasi di sdegno – era marrone? – intervenne una delle due signore, sedute sulla sedia di legno pieghevole alle mie spalle, mi girai, confermai e mi avvicinai alla fila di macchine opposta –si, verso le undici- civettò, poi si corresse – no, non erano neanche le undici – disse toccandosi istintivamente un polso con l’altra mano – si stava ammazzando con un altro cane – esclamò e aggiunse – non ne potevo più… poi si è diretto al bar – indicò una porta a vetri che dava sul marciapiede di fronte la signora – si è fatto cacciare, graffiava la porta per farsi aprire – e non se ne voleva andare! Ci ha fatto impazzire! -.
La signora mi aveva indicato la direzione presa dal cane, quando finalmente erano riusciti a cacciarlo. Ero arrivato in una strada che intersecava il vicolo appena battuto. Finalmente un macellaio mi rispose – si! tequila! Lo conosciamo qui – mentre parlava con me, affettava con un grosso coltello, e enorme sicurezza, dei petti di pollo – si! Gli ho pure dato un osso!- esclamò indignato – ma lui niente! Neanche lo ha guardato! Ha continuato verso la scuola, da quella parte –
Chiesi a vari venditori , nella zona precedentemente indicatami, mi riferirono di un cane che corrispondeva alla descrizione, con cui aveva avuto problemi un tale chiamato “lo zappatore”. Mi avevano indicato un’ osteria. Entrai e il tanfo di vino mi prese a pugni. Lo zappatore era un tipo, dietro un bancone con il naso affilato e la calotta cranica circondata da capelli grigi. Gli porsi le solite domande – guardi, oggi è venuto un cane qua -, mi rispose girandosi a chiedere conferma, con lo sguardo, ai presenti – se ne è stato tutto il tempo fuori, con la testa dentro e cercava con lo sguardo, poi annusava a terra e di nuovo cercava dentro- muoveva le mani da destra verso sinistra e viceversa, ritmando con la voce il gesto –guardi, c’è stato perfino un ragazzo che ha provato a chiamarlo – l’oste prese a strofinare il medio e l’indice contro il pollice, verso terra – si è avvicinato, “che bel cane, che bel cane!” e quello gli ha dato un morso! – . Mi congedai anche dallo zappatore.
Tequila sembrava sparito. Nessuno seppe più darmi informazioni. Nessuno aveva più visto quel cane, che vagava, disperato, in cerca di un qualcosa di importante.
Continuai a camminare per una ventina di minuti. Sentendo come la mancanza di quel cane che neanche conoscevo. Quando tutto ad un tratto vidi un uomo giocare felice con un cane. Ce lo aveva tra le gambe e, tenendolo per le guancie, gli scuoteva la testa. Il cane scodinzolava in preda ad un’estasi. Affrettai il passo e mi fermai soltanto quando realizzai che finalmente lo avevo trovato. Era Tequila. Il padrone notò il mio sguardo sorridente, ricambiò e disse – ero partito. Mi mancava…-
Il canto di un gallo sintetico risuonava da un telefono portatile.
Aldo si alzò quel giorno, con ancora un po’ di angoscia per la discussione con suo padre della giornata precedente. Lo metteva in crisi soprattutto il fatto di essere cosciente della sua assoluta incompatibilità con i genitori. E ancor di più lo tormentava che non ci fosse una soluzione, nè una parte colpevole. E’ così e basta.
La tavolozza del cesso gli ustionò le chiappe ancora calde.
E’ una questione di generazioni, aveva pensato un giorno. Aveva supposto come un punto di congiunzione, tra tutti i caratteri di una generazione, che variava, di decennio in decennio in base alle esperienze della nazione, dello stato. A lui era capitata la generazione sfigata. Venuta troppo dopo quella viziata dai padri della guerra; quella incaricata di sorbirsi il punto di sfacelo massimo, prima della rivoluzione. Se mai ci sarebbe stata.
Il tepore rassicurante dell’asciugamano gli avvolse il viso.
La crisi economica aveva coinciso con la sua crisi personale, di evoluzione fisica e mentale. Il suo portafoglio da tempo estenuante non vedeva moneta. I suoi, apparentemente pochi, sforzi per rimediare al problema gli procuravano una lancinante e stancante angoscia. Non aveva ancora ben chiara la sua natura espressiva, sfogabile solo con mezzi che andavano aldilà delle parole. Insomma quel periodo lo faceva barcollare costantemente su una pila di bicchieri di carta.
Non avrebbe mai preso in considerazione il fatto togliersi la vita, questo no; l’unica cosa che gli era cara nella vita, glielo impediva. A volte, di notte, quando la depressione andava alla grande e il suo unico desiderio era soffrire, il pensiero che lo stroncava definitivamente era quello di morire e lasciare la sua ragazza. Il suo amore, il suo ossigeno. Quel pensiero rappresentava il culmine di uno dei suoi viaggi tipo nella sua depressione.
Aldo mise le mani a cupola sopra la tazza del tè.
Lui non vedeva molte uscite. Il suo realismo pessimista lo incanalava sempre verso una visione realista della situazione. Il problema era che nelle situazioni normali, si poteva essere realisti, in quelle di crisi per andare avanti, l’ottimismo doveva animarti fibra per fibra.
Rabbrividì quando la schiuma gelata del dentifricio prese a riempire la sua bocca.
In quel periodo aveva fatto il compleanno. Era seguito un periodo abbastanza bello di tranquillità. Aldo si godeva il trasmettitore con annessa la tavoletta olografica che gli era stata regalata per l’occasione. Da anni lo bramava, per periodi lo riteneva la sua salvezza emotiva e psicologica. Ma quel periodo, ora, scemava; incapace di resistere alla moltitudine di piccoli giorni, segnati sul suo calendario negativo.
Non appena i vestiti cominciavano a riscaldarsi sul suo corpo, fu inondato dal gelo della strada. Con la faccia stanca di migliaia di fatiche, guardò le nuvole.
Aldo era ovviamente più intelligente della stragrande maggioranza di chi gli stava intorno. Lo odiava, lo rendeva diverso ancor di più. E con il tempo aveva imparato a odiare chiunque gli facesse notare la sua capacità di collegamento dei pensieri, di memoria, di apprendimento quasi immediato. Paradossalmente era quasi perfetto per gli altri e del tutto imperfetto per se stesso. Aveva modi gentili e simpatici ed era ricercato da quasi tutte le persone che egli aveva conosciuto, nel corso della sua vita. Ma era solo.
Aldo era immerso nel tremendo vuoto di pensiero, caratteristico del post-depressione. S’interruppe soltanto nel fissare una moto sportiva, che si dirigeva dritta verso di lui. La sua reazione fu’ un sorriso.
Soltanto un attimo prima di ricadere sull’asfalto, la sua espressione si trasformò in panico.
Riverso per terra, lo sportellino di carbonio del suo collo lasciava intravedere cavi scuri e scintillii di metalli vari. Al suo interno un’incisione diceva “Aldo e Carla”.
Quella mattina mi svegliai come al solito, alle quattro. La mia abitudine mi imponeva, a quell’ora, di alzarmi per andare in bagno. Non ricordo neanche perchè, non appena alzatomi dal letto lanciai uno sguardo al materasso dal quale mi ero appena alzato. Lo sconcerto che provai nell’ avere quella visione fù inenarrabile, tant’ è che stetti a fissarlo per un’infinità di secondi. Un nero scarafaggio sostava dove, fino a poco prima, dormivo io. Si era infilato sotto di me attratto, magari, dal calore che sprigionavo. Sgomento afferrai l’oggetto più vicino, sgomento; presi un giornale ma lo riposai subito quando vidi che era la gazzetta dello sport, il numero con in copertina la vittoria dell’Italia al mondiale. Ne afferrai un’ altro e spazzai con una violenza inaudita l’immondo essere. Lo scarafaggio schifoso e stordito, giaceva per terra, ai piedi di una cassettiera-libreria. Lo fissai con occhi sempre più sgranati. Ebbi davanti la scena del nero insetto che penetrava tra me e il materasso. Con una scintilla negli occhi presi uno dei miei scarponi da lavoro, quelli con la punta di ferro che ti tiene il piede bello freddo, anche in inverno. Non ricordo quanti colpi diedi all’ insetto; so di non mentire dicendo che non furono meno di dieci. Mi alzai tremando per la tensione e il desiderio di morire. Fu allora che notai, di nuovo sul materasso, una piccola sfera. Un uovo.
Un uovo di scarafaggio stava sul mio materasso mentre lo colpivo, di colpi rimbalzanti con lo scarpone da lavoro.
Ricordo che mentre camminavo freneticamente per la stanza, ebbi la splendida idea di scendere per andare al lavoro. Non mi interessava quanto presto fosse, dovevo allontanarmi dal covo dell’ orrore, visto che non avrei avuto il coraggio di rimettermi in quel materasso. Erano le quattro del mattino. Solitamente uscivo di casa intorno alle sei men’un quarto. Ovviamente alle quattro non vi erano autobus, e fu allora che decisi di iniziare a piedi il primo dei dieci chilometri che mi separavano dal cantiere.
Durante la giornata, al lavoro ripensavo incessantemente all’ accaduto. Senza un’attimo di tregua. Non riuscivo a ricordare se era stato un sogno o se avevo vissuto davvero quell’ incubo. Alla fine, quando verso le venti stavo arrivando a casa, la speranza era di aver sognato tutto. Non salutai nessuno e puntai verso il dannato materasso. Aprii con un po’ di timore la porta della mia stanza e guardai verso il materasso. Nessun segno strano era sul materasso. Il respiro si fece speranzoso. Afferrai allora lo scarpone e guardai la suola. Niente. Tirai un sospiro di sollievo e mi sedetti sul letto. All’ improvviso mi chiesi perchè diavolo non stavo guardando per terra, in cerca dello schifoso spappolato. Alla fine lo trovai vicino ad un cartone.
“Mi svegliai di colpo, con la sgradevole sensazione che una presenza stesse nella stanza, con me. Scrutai lentamente il buio dentro al quale mi ero addormentato; era denso come inchiostro e, come inchiostro macchiava tutto. Tutto tranne lei. La vidi pochi secondi dopo, fissarmi da un’angolo della stanza. Niente di lei, era, a parte il suo sguardo. Mi lancinava la mente come un sottile urlo, il suo sguardo. Non si muoveva, non parlava ma il cuore mi torturava, come un’orca che si scaraventa sulla spiaggia, con la sua foca in bocca. Non riuscivo a muovermi, ma dovevo alzarmi; era arrivata la donna delle pulizie.”